Vanità

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…anima e spuma…

Memorabilia

Luccica l’acqua
Ai baci del sole.
Liquido specchio
Di vanesi narcisi
Fa mostra dell’anima
All’occhio ch’è cieco.
Seduce la sirena
L’orecchio dell’incauto;
Bello di corpo
E misero di mente,
È vinto da voce
Che l’aria incanta.
Tuffo squarcia
L’amato riflesso,
D’un corpo senz’anima
Rimane la spuma.

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Infanzia

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…pareva tutto incantarsi…

Un imprevisto è la sola speranza

Se mi chiedessero,
direi che porto nel cuore pensieri
col sapore del mare
e del lameggiare delle foglie d’ulivo,
serbo ricordi dall’aroma salmastro
con gambe leste di bimbo
che si ferma sulla riva
in cerca di tesori.
Pensieri dolci
come stille di resina profumata
che accarezzano il mio animo rugoso.
Lunghe distese cremisi
si intrecciano nell’erba,
i papaveri,
oscillano il capo,
sfogliandosi alla brezza immutabile
della mia memoria,
in cui hanno gettato radici profonde.
Ripercorro cieli lontani
della fragilità del vetro,
dove si perde il mio peso specifico.
Raggi di luce baluginano tra i rami
di tanto tempo fa,
quando tra i capelli si posava lieve
un piumino,
carezza inaspettata,
la tenerezza inusuale del pioppo,
nel tempo in cui
tutto sembrava incantato.

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UN’ULTIMA VOLTA IL MARE

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…il bacio osmotico del mondo…

sibillla5

Un’ultima volta il mare

Un discorrere con l’assoluta verità dell’acqua

Il brillìo sommesso mai sottomesso

La commozione gracile del vecchio

La schiuma leggera di un gorgoglio leggero

dove l’eccesso di rabbia giovane si arena

dove l’urlo è una disperazione a perdere

Ma lui sa, nell’estremo suo momento

Che l’importante è la dimensione azzurra del mare

È la pienezza delle sue iridi

È un abbraccio stretto al giovane cuore umano

Il bacio osmotico alla vita.

23-9-18

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Implorazione di Gabriele D’Annunzio da Madrigali d’estate

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Estate, Estate mia, non declinare!
Fa che prima nel petto il cor mi scoppi
come pomo granato a troppo ardore.

Estate, Estate, indugia a maturare
i grappoli dei tralci su per gli oppi.
Fa che il colchico dia più tardo il fiore.

Forte comprimi sul tuo sen rubesto
il fin Settembre, che non sia sì lesto.

Sòffoca, Estate, fra le tue mammelle
il fabro di canestre e di tinelle.

5 di Camillo Sbarbaro da versi a Dina

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Càpita all’uomo che d’autunno spoglia
la vite, sulla scala che ne fruscia

-vecchio è l’uomo ed autunno gli colora
anima dentro di malinconia;
ché con l’anno, gli pare la sua vita
anche finisca;
il poco che da essa ebbe gli mette
in strozza come una secchezza e inghiotte-

tra i pampini arrossati di scoprire
un superstite grappolo.
Ne colma
la mano, preso d’infantile gioia;
soppesa quasi non credesse agli occhi.

Alla sua sete riserbò l’annata
quel frutto; glielo maturò l’estate
glielo darò il sole dell’autunno,
la pianta vi spremè l’ultimo succo.

Cola zucchero l’acino che sguscia
in bocca per non perdere una goccia;
ogni acino lo riga di delizia
silenziosa…
Guardan gli occhi felici e rassegnati
col grappolo scemare
la sua prima, fors’ultima, dolcezza.

Ladro di “erre” – Gianni Rodari

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C’è, chi dà la colpa
alle piene di primavera,
al peso di un grassone
che viaggiava in autocorriera:
io non mi meraviglio
che il ponte sia crollato,
perché l’avevano fatto
di cemento “amato”.
Invece doveva essere
“armato”, s’intende,
ma la erre c’è sempre
qualcuno che se la prende.
Il cemento senza erre
(oppure con l’erre moscia)
fa il pilone deboluccio
e l’arcata troppo floscia.
In conclusione, il ponte
è colato a picco,
e il ladro di “erre”
è diventato ricco:
passeggia per la città,
va al mare d’estate,
e in tasca gli tintinnano
le “erre” rubate.

Poesia di Camillo Sbarbaro da Primizie

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Vo nella notte solo
per vicoli deserti
lungo squallide mura.
Al discorde rumor dei passi incerti
echeggiando le case come vuote,
trasalgo di paura.

Si sfilacciano contro i cornicioni
delle case che occupano l’aria
i nuvoloni;
e la fiammella gialla
del lampione traballa
su lastrici che caldo vento bagna;
un’imposta si lagna
solitaria.

In parole consuete
in consueti passi,
giovinezza, trapassi
-che non torni.
E se disgusto senti
di te stessa, dei giorni.
inutili, t’illude
folle presentimento
-ed è quasi certezza-
che torni un’altra volta,
povera vita stolta,
la tua giovinezza.

(…)

CHARLES BUKOWSKI – Henry Charles “Hank” Bukowski Jr., nato Heinrich Karl Bukowski (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994)

CHARLES BUKOWSKI scrive una lettera a John William Corrington, il 14 febbraio 1961, sulla prosa che starebbe contaminando la poesia:

“Caro sig. May,

Le scrivo a proposito di “Essay on the Recent History of Immortality” di Robert Vaughan, e non so davvero da dove cominciare. Immagino che Robert V. sia un intellettuale e una persona seria (so che è il caporedattore di una rivista), e che abbia saldi valori morali e abbia studiato la poesia in maniera molto più approfondita di me. Ed è proprio qui che cominciano le mie difficoltà. Se qualcuno è mai stato costretto a seguire una lezione di poesia, o ha commesso l’errore di partecipare a una serata di poesia, gli è stato sicuramente fatto notare quale sia l’approccio più opportuno” all’arte e alla poesia, e, se posso usare un termine desueto… a me NON ME NE FREGA UN CAZZO di nessuno dei due problemi. Vaughan e i professori che tengono quei corsi fanno un gran parlare del fatto che LA PROSA SI STA INFILTRANDO SEMPRE PIÙ NELLA POESIA! Maledizione, noi lavoriamo tanto sulle nostre IMMAGINI, e un tale viene a dirci che… tutto quel che importa è una carriola rossa lasciata in cortile a riempirsi di pioggia. Non sono queste le parole esatte, ma non ho tempo di andare a controllare la mia copia di Williams. Era Williams che diceva così, vero? Va be’, comunque: una frase prosastica all’interno di una poesia sembra dare un gran fastidio ai redattori (“È bellissimo, ma non è poesia!”), così come ai Vaughan e ai professori. Ma io mi domando: perché no? Che cazzo c’è di male in una frase in prosa lunga 6 o 7 o 37 righe spezzata per maggior leggibilità e chiarezza nei “versi” tipici della forma-poesia? Finché dice quello che vuole dire, e lo dice altrettanto bene, o persino meglio, di quanto farebbero una struttura e un suono che dicano esplicitamente QUESTA È UNA POESIA: STATEMI A SENTIRE. Cosa c’è che non va In un racconto di 7 righe o un romanzo di 37 collocati all’interno della forma-poesia, se questa forma li rende più leggibili di quanto sarebbero se fossero un blocco unico, una frase o un paragrafo di prosa normale? È sempre necessario DEFINIRE E CLASSIFICARE ciò che facciamo? Santo cielo, l’ ARTE non può essere ARTE senza un programma, senza numeri? (…)”.

servi

«Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte».

Giovanni Papini

GIORNO APERTO di Leonardo Sinisgalli

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Il sonno mi finge negli occhi
Quest’ansia di foglie che il melo
Rovescia dubbioso. L’ombra
Ha rotto la corteccia e si lascia
Scoprire all’alito ai passi
Inesperti. Il ramarro non la teme:
Fermo ai confini del sole esalta
Il suo verde ardore. Tortuosa
Si aggira ai fusti, cauta
Sale la sua pianta buia.
Nelle giunture più attente
Ne avverto il contagio:
Qui tra le piante colme la serpe
Sente la pelle guasta.

Una sosta Presso l’Arca di Piero Bigongiari

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Un pensiero, un pensiero che svanisce
In strisce marziane ai luce.
Dove mi conduce il luogo o il viaggio?

La vita non ha altro aggio che sulla morte.
Dove mi conduce la strada? Fuori strada?
Dove il filo di Arianna? II Minotauro
ha assunto una maschera invisibile.

Non è adibire che il silenzio. II prisma
ruota lentamente sul proprio cataclisma
ma è quasi niente la sua luce
che conduce sui fiori protoprimaverili
l’alba di un’altra luce.

Non si è vili
inutilmente né inutilmente coraggiosi.
Qualcosa è meglio che niente. Una rosa
è fiorita su quest’ultimo aguardiente
che brucia nella gola del pensiero.

Sandro Penna

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Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)

Nel fresco orinatoio alla stazione
sono disceso dalla collina ardente.
Sulla mia pelle polvere e sudore
m’inebbriano. Negli occhi ancora canta
il sole. Anima e corpo ora abbandono
fra la lucida bianca porcellana.

Sandro Penna

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Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)

Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.

In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio un suo onesto
odore di animale, come il mio.