servi

«Fino a sei anni l’uomo è prigioniero di genitori, di bambinaie o d’istitutrici; dai sei ai ventiquattro è sottoposto a genitori e professori; dai ventiquattro è schiavo dell’ufficio, del caposezione, del pubblico e della moglie; tra i quaranta e i cinquanta vien meccanizzato e ossificato dalle abitudini (terribili più d’ogni padrone) e servo, schiavo, prigioniero, forzato e burattino rimane fino alla morte».

Giovanni Papini

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XXll di Libero De Libero

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Eri la montagna che dice
la storia del giorno,
anche la notte tu eri
lenta l’aurora,
tu eri un banchetto
dove non saziano i vini.
Ora la volpe è despota alla vigna,
la collina non vuole più la luna,
un triste paese la collina
ora che il nostro regno è decaduto.

GIORNO APERTO di Leonardo Sinisgalli

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Il sonno mi finge negli occhi
Quest’ansia di foglie che il melo
Rovescia dubbioso. L’ombra
Ha rotto la corteccia e si lascia
Scoprire all’alito ai passi
Inesperti. Il ramarro non la teme:
Fermo ai confini del sole esalta
Il suo verde ardore. Tortuosa
Si aggira ai fusti, cauta
Sale la sua pianta buia.
Nelle giunture più attente
Ne avverto il contagio:
Qui tra le piante colme la serpe
Sente la pelle guasta.

Una sosta Presso l’Arca di Piero Bigongiari

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Un pensiero, un pensiero che svanisce
In strisce marziane ai luce.
Dove mi conduce il luogo o il viaggio?

La vita non ha altro aggio che sulla morte.
Dove mi conduce la strada? Fuori strada?
Dove il filo di Arianna? II Minotauro
ha assunto una maschera invisibile.

Non è adibire che il silenzio. II prisma
ruota lentamente sul proprio cataclisma
ma è quasi niente la sua luce
che conduce sui fiori protoprimaverili
l’alba di un’altra luce.

Non si è vili
inutilmente né inutilmente coraggiosi.
Qualcosa è meglio che niente. Una rosa
è fiorita su quest’ultimo aguardiente
che brucia nella gola del pensiero.

Sandro Penna

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Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)

Nel fresco orinatoio alla stazione
sono disceso dalla collina ardente.
Sulla mia pelle polvere e sudore
m’inebbriano. Negli occhi ancora canta
il sole. Anima e corpo ora abbandono
fra la lucida bianca porcellana.

Sandro Penna

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Sandro Penna (Perugia, 12 giugno 1906 – Roma, 21 gennaio 1977)

Mi perdo nel quartiere popolare
tanto animato se la sera è prossima.
Sono fra gli uomini da me così
lontani: agli occhi miei meravigliosi
uomini: vivi e chiari, non valori
segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.

In un angolo buio prendo il posto
che mi ha lasciato un operaio accorso
(appena in tempo) all’autobus fuggente.
Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi
svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane
(di lui anonimo, a me dalla vita
preso) in quell’angolo buio un suo onesto
odore di animale, come il mio.

APRILE A SAN VITTORE di Sergio Solmi

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Grazie sien rese ai ciechi
iddii ridenti, che il poeta trassero
di morte e dalla nera muda al gaio
giorno del camerone dove cantano
i giovinetti partigiani.
Aprile
dolce dormire, s’anche aspra s’ingorga
nelle bocche di lupo la sirena,
passa la conta, o sparano i tedeschi
sulle mura. Reclino
sul gomito piegato il mallo vergine
della capigliatura, dentro il sonno
fiducioso calati come in grembo
della madre al lontano
tempo dell’altra vita, oggi vi guardo
miei quasi figli, fatti miei fratelli
da antica giovinezza che m’ha gonfio
il cuore all’improvviso, poi che il raggio
di miele della primavera cola
tra le sbarre, sull’impiantito stampa
riquadri luminosi alle nostre
gracili vite a oscuro esito offerte
misura a lento passo eguale giorno.

ENTRO LA DENSA LENTE DELL’ESTATE di Sergio Solmi

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Entro la densa lente dell’estate,
nel mattino disteso che già squarciano
lunghi, assonnati e sviscerati i gridi
degli ambulanti, oh, i bei colori! Giallo
di peperoni, oscure melanzane,
insalate svarianti dal più tenero
verde all’azzurro, rosee carote…
e vesti ardite delle donne, e muri
scabri e preziosi, gonfi ippocastani,
acque d’argento e di mercurio, e in alto
il cielo caldo e puro e torreggiante
di tondi cimi, o bel compatto mondo.
Lieto ne testimonia, sul pianeta
Terra, nella città Milano, mentre
vaga, di sé dimentico e di tutto
lungo le calme vie che si ridestano
–oggi, addì ventisette Luglio mille
novecento cinquanta–un milanese.

Ritorno di Ghiannis Ritsos

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Per prime se ne andarono le statue. Poco dopo
gli alberi, gli uomini, gli animali. II luogo
rimase completamente deserto. Soffiava il vento.
Lungo le strade mulinavano giornali e spini disseccati.
La sera, le luci si accesero da sole.
Un uomo ritornò solitario, guardò intorno,
tirò fuori la chiave, l’affondò in terra
come se l’affidasse ad una mano sotterranea
o piantasse un albero. Poi salì
la scala di marmo e guardò di sotto la città.
Con precauzione, una a una, tornavano le statue.

AL ME DIU di Ferdinando Cogni

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Un pòpul c as tira só pr’al nès c’al g’à un sò diu
c’al la prutégia,
e ‘I fulmina i nimis, c’al fàga pur…
Ma me cus atri riin végna,
cus g’òi da tè con lü?
Mé g’ò ‘I me dio me murùs,
m’al suri tirè só me, c’al m’era scus…
E me mìal tégn gelùs, ‘me ‘l me uséll,
n’al mùstr’a ‘nzói,
ca sarìs vargugnùs.

IL MIO DIO

Un popolo
che si tira su per il naso che à un suo dio
che lo protegge,
e fulmina i nemici, faccia pure…
Ma a mè cosa ne viene,
cosa ò da fare con lui?
Io ò il mio dio, mio amore,
me lo sono tirato su io, che mi era nascosto…
E io me lo tengo geloso, come il mio uccello,
non lo mostro a nessuno,
che sarebbe vergognoso.

NOTA
Nella lettura porre attenzione agli accenti acuti e gravi per la
fondamentale distinzione tra suono stretto (é, ó, á nel dittongo ái) e largo (è, ò) delle vocali; o è largo anche quando non è accentato. La dieresi distingue ù francese da u italiano. Ggn sta Per doppio gn. p. Sia le $ che le z devono leggersi come la sonora di rosa.