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(…) Penso che non ci sia assolutamente niente di male a scrivere racconti molto brevi e pensare che siano poesie, soprattutto perchè nei racconti si finisce per sprecare così tante parole. Perciò, violiamo la cosiddetta forma-poesia con la parola

non-falsa del racconto, e violiamo la forma-racconto dicendo molte cose nel breve spazio di una poesia. Può capitarci di restare in bilico, prendendo in prestito elementi di ciascuna forma, ma SOLO PERCHE’ NON CORRISPONDIAMO ALLA FORMULA PRECONCETTA DEL RACCONTO O DELLA POESIA, stiamo per forza sbagliando?

Quando Picasso attaccava alla superficie piana della carta ritagli di cartone e ne estendeva lo spazio

lo abbiamo accusato di

essere uno scultore

o un architetto?

Un uomo o è un artista, o una mezza sega, e non deve rispondere a nient’altro, direi, se non alla propria energia creativa.

Credo che la poesia astratta spesso permetta a chi la scrive di trarsi d’impaccio con una semplice passata di lucido. Ora: fra l’acutezza (che potrebbe essere soltanto un altro modo per dire “originalità”) e l’astrattezza c’è la stessa differenza che c’è fra il sapere una certa cosa e dirla in maniera diversa, e il non saperla, ma dirla in maniera tale che sembri che forse potresti anche saperla. Ecco a cosa servono la maggior parte dei corsi di poesia: insegnare a passare il lucido, a eliminare, fra lettore e scrittore, la patina del dubbio riguardo a ciò che la poesia dovrebbe essere (…).

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CHARLES BuKOWSKI, URLA DAL BALCONE – LETTERE, VOLUME PRIMO (1959-1969)

MINIMUM FAX, 2000

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