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Questo è un libro sul destino della composizione nel XX

secolo. Forte è la tentazione di vederne la traiettoria com-

plessiva come un netto declino. Tra il 1900 e il 2000, l’arte

ha conosciuto qualcosa che non può venir descritto se non

come una caduta da una grande altezza.

 Al principio del

secolo, i compositori erano personaggi di primo piano sul

palco mondiale, le cui première erano affollate da curiosi e

appassionati, i cui viaggi transatlantici venivano seguiti da

bollettini telegrafici, il cui letto di morte veniva descritto

in ogni dettaglio. Nell’ultimo giorno di Mahler su questa

terra, la stampa viennese riferì che la sua temperatura cor-

porea oscillava tra i 37,2 e i 38 gradi Celsius.Cent’anni

dopo, i compositori classici contemporanei sono sostan-

zialmente spariti dallo schermo radar della cultura main-

stream. Nessuno sussurra “Der Adams!” mentre il com-

positore di El Nino cammina per le strade di Berkeley.

Osservando la situazione da una certa distanza, potrebbe

sembrare che la stessa musica classica sia diretta verso l’oblio.

La situazione appare specialmente grigia in

America, dove le scene del passato – Strauss che dirige da-

vanti a migliaia di persone ai grandi magazzini Wanamaker,

Toscanini che suona per milioni di ascoltatori sulla radio

NBC, i Kennedy che ospitano Stravinskij alla Casa Bianca –

sembrano stagliarsi in una distanza mitica. Per l’osser-

vatore cinico, le orchestre e i teatri dell’opera sono rima-

sti intrappolati in una cultura museale che li condanna a

suonare davanti a una schiera, i cui ranghi si assottigliano

costantemente, di abbonati attempati e aspiranti elitisti

che apprezzano esecuzioni tecnicamente a regola d’arte,

anche se forse un po’ prive d’ispirazione, dei lavori prefe-

riti di Hitler.

Le riviste che un tempo mettevano in coper-

tina Bernstein e Britten adesso non hanno occhi li che per

Bono e Beyoncé. La musica classica viene spesso derisa

come un impresa presuntuosa, effeminata, intrinsecamen

te antiamericana. Il più degno di nota tra gli amanti della

musica, nella moderna Hollywood, è il bizzarro serial killer

Hannibal Lecter, che muove le dita insanguinate a tempo

con le Variazioni Goldberg.

Visto da un’angolazione più comprensiva, il quadro è piut-

tosto diverso. La musica classica raggiunge un pubblico

molto più ampio di quanto non sia accaduto in qualunque

altro momento storico. Decine di milioni di persone fre-

quentano di sera in sera i teatri dell’opera, le sale da con-

certo e i festival. In Estremo Oriente e in America latina

si sono materializzati nuovi, immensi pubblici. Sebbene il

repertorio sia incredibilmente resistente al cambiamento, è

Pervaso di musica del XX secolo. La Sagra di Stravinskij, il

Concerto per orchestra di Bartók, e la Quinta di Sostakovic

capolavori amatissimi; varie creazioni di Strauss,

Janàcek e Britten si sono unite a quelle di Mozart e Verdi

nel repertorio operistico.

Un pubblico giovane gremisce le piccole sale da concer-

to per ascoltare i quartetti per archi di Elliott Carter e

le costruzioni stocastiche di Xenakis. Compositori viventi

come Adams, Glass, Reich e Arvo Part hanno acquisito

quasi un seguito di massa.

E alcune orchestre lungimiranti

hanno dato grande spazio e importanza al repertorio mo-

derno: nel 2003, la Filarmonica di Los Angeles, sotto la

guida del visionario Esa-Pekka Salonen, inaugurò la Walt

Disney Concert Hall con un programma che comprende-

va Lux aeterna di Ligeti, The Unanswered Question di Ives

e, naturalmente, la Sagra.

Mentre il colosso della cultura

di massa si frammenta in una miriade di sottoculture e

mercati di nicchia e Internet indebolisce la stretta mortale

dei media sulla distribuzione della cultura, c’è ragione di

credere che la musica classica, e con essa la nuova musica,

possano trovare un vasto pubblico in luoghi remoti e dis-

seminati ovunque.

(…)

Forse Ligeti aveva ragione; forse la composizione classica

viene conservata oltre la sua data di scadenza dalla capar-

bia determinazione di coloro che la eseguono, di coloro

che la sostengono e, soprattutto, di coloro che la scrivono.

Ad ogni modo, è più probabile che una tradizione mille-

naria non si estingua quando viene voltata la pagina del

calendario o una schiera di persone nate durante un boom

delle nascite invecchia. La confusione è spesso il preludio

a un consolidamento; forse siamo alle soglie di una nuova

età dell’oro. Per il momento, l’arte è come la “cattedrale

sommersa” che Debussy descrive nei suoi Preludi per pia-

noforte – una città che intona un canto sotto le onde.

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ALEX ROSS DA IL RESTO E’ RUMORE – BOMPIANI 2011

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