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Stanno con tetraggine operaia

i corpi di fabbrica anneriti dal fumo.

Sopra la fuliggine scuotono i riccioli

i cieli mossi a pietà.

 

Verso la fumosa orfanezza dell’osteria

si trascina un berretto unto di grasso.

L’ultima sirena della periferia

ulula chiedendo giustizia.

 

Sirena! sirena! Di fronti stravolte

l’ultimo grido: « Ci siamo ancora noi qui!»

Quale senso di condanna a morte

in questo lamento delle ultime sirene!

 

Come azzanna il loro penoso ululato –

la vostra sazietà di velluto!

Quale senso d’essere sepolti vivi

e trascinati al macello!

 

E Dio? Affumicato sino alia fronte,

non interviene! Inutilmente aspettiamo!

Sopra le brande degli ospedali e delle carceri

sta lui, appuntato con chiodini.

Straziati! – Carne viva!

E così era e sarà – fino

al decesso.

– Argine per tutte le canzoni

e di tutte le disperazioni nido :

 

fabbrica! fabbrica! Poiché si chiama

fabbrica questo nero alzarsi in volo.

Alla disperazione della sirena di fabbrica

prestate ascolto – poiché chiama

 

la fabbrica. E nessun intermediario

più vi servirà, quando,

quando sopra l’ultima città

mugghierà l’ultima sirena.

.

MARINA I. CVETAEVA, POESIE – FELTRINELLI, 1992

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